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Come chiedere aiuto psicologico: miti e realtà

  • Immagine del redattore: Gruppo Sadel
    Gruppo Sadel
  • 20 nov 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Chiedere aiuto psicologico può sembrare difficile, a causa di stereotipi e paure diffuse, ma è spesso il passo più importante per stare meglio. Purtroppo attorno alla figura dello psicologo e della psicoterapia esistono ancora molti miti e pregiudizi che vanno sfatati perché rischiano di allontanare le persone da un supporto prezioso. Vediamo alcuni di questi miti (le “leggende metropolitane” sulla salute mentale) e le corrispondenti realtà.

  • Mito 1: “dallo psicologo ci vanno solo i matti”. Questa è forse la frase più comune e dannosa, retaggio di vecchi pregiudizi. Realtà: Lo psicologo non è “il medico dei matti”, ma un professionista che aiuta persone assolutamente normali ad affrontare problemi comuni: ansia, stress, difficoltà relazionali, momenti di depressione, traumi, oppure semplicemente a conoscersi meglio e a crescere. Rivolgersi a uno psicologo è un atto di cura di sé, non significa essere pazzi. Le statistiche mostrano che una quota significativa di popolazione, in momenti diversi della vita, può beneficiare di supporto psicologico – non c’è nulla di anormale in questo.

  • Mito 2: “chiedere aiuto è segno di debolezza”. Molti pensano che andare dallo psicologo equivalga ad ammettere di non farcela da soli, quindi a essere deboli. Realtà: È vero esattamente il contrario. Riconoscere di avere un problema e volerlo risolvere attivamente, magari con l’aiuto di un esperto, è segno di forza, coraggio e maturità emotiva. Viviamo in una società che esalta l’indipendenza, ma in realtà sapersi affidare quando serve è una forma di intelligenza emotiva. Come chiediamo aiuto a un medico per un dolore fisico, chiedere aiuto per un dolore interiore è del tutto legittimo e saggio. La vera debolezza è ignorare il problema finché diventa enorme.

  • Mito 3: “i problemi si risolvono solo con la forza di volontà, parlare non serve a nulla”. Questa idea deriva dallo stereotipo del “farsi coraggio” da soli. Realtà: Parlare è fondamentale: la psicoterapia non si limita a “chiacchierare”, ma utilizza tecniche validate scientificamente per cambiare pensieri e comportamenti disfunzionali. “Solo parlando” si possono modificare percezioni radicate, elaborare traumi, imparare nuove abilità di coping. Studi clinici dimostrano che la terapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, è efficace quanto (e talvolta più) dei farmaci in disturbi come ansia e depressione. Inoltre, lo psicologo offre un punto di vista professionale, neutrale e privo di giudizio, cosa che differisce dallo sfogarsi con un amico. Parlare nel contesto giusto guarisce – da qui il termine “terapia della parola”. Naturalmente la forza di volontà del paziente è importante, ma va canalizzata e aiutata con gli strumenti giusti.

  • Mito 4: “lo psicologo ti legge nella mente / ti manipola”. Alcuni temono di sentirsi “analizzati” o manovrati. Realtà: Lo psicologo non è un indovino né un manipolatore. Non può leggere i tuoi pensieri segreti se tu non li esprimi; il suo ruolo è ascoltare attentamente quello che decidi di condividere e aiutarti a farvi chiarezza. E lungi dal manipolare, un bravo psicoterapeuta ti rende più autonomo, aiutandoti a trovare dentro di te le soluzioni. C’è un codice etico rigoroso: lo psicologo non giudica e mantiene la riservatezza assoluta su quanto detto.

  • Mito 5: “se inizi ad andare in terapia, ci devi stare per sempre”. Realtà: Le terapie non sono infinite a meno che la persona non voglia. Esistono anzi approcci brevi focalizzati (10-15 sedute) per problemi specifici. Molte persone fanno periodi di terapia, poi smettono una volta risolto il disagio o apprese tecniche utili. Si può anche tornare in terapia in altri momenti della vita se necessario. Insomma, la durata dipende dagli obiettivi e dal tipo di difficoltà: per alcuni basta un breve supporto, per altri può essere utile un percorso più lungo, ma nulla obbliga a continuare se non lo si ritiene più necessario.

  • Mito 6: “andare dallo psicologo è sinonimo di prendere psicofarmaci”. Realtà: Lo psicologo (se non è anche medico psichiatra) non prescrive farmaci. In molti casi la psicoterapia da sola è sufficiente e preferibile. Solo in situazioni specifiche e più gravi può essere indicato affiancare un trattamento farmacologico (prescritto dallo psichiatra) alla terapia, ad esempio per depressione maggiore o disturbi d’ansia molto invalidanti. Ma anche in quei casi, i farmaci non “risolvono tutto per magia”: servono a ridurre i sintomi acuti mentre la terapia lavora sulle cause di fondo e insegna strategie. La paura degli psicofarmaci è comprensibile, ma va detto che se usati correttamente possono essere un aiuto temporaneo; in ogni caso, chiedere aiuto psicologico non significa automaticamente dover assumere farmaci.


Come e dove chiedere aiuto?

Il primo passo può essere parlarne col proprio medico di base, che saprà indirizzarti a uno specialista o a un servizio sul territorio. Esistono i Centri di Salute Mentale pubblici (CSM) per situazioni di disagio più serio, e spesso sportelli d’ascolto psicologico in consultori familiari o associazioni, dove magari si può avere un primo colloquio gratuito o a costo ridotto. Negli ultimi tempi è stato istituito anche il cosiddetto “bonus psicologo” (un contributo economico statale) per facilitare l’accesso a sedute di psicoterapia per chi ne ha bisogno ma ha difficoltà economiche – segno che la società sta riconoscendo l’importanza del benessere psicologico al pari di quello fisico. In alternativa, ci si può rivolgere direttamente a uno psicologo privato: l’Ordine degli Psicologi regionale ha elenchi di professionisti abilitati, alcuni consultabili anche online, con indicazione delle specializzazioni.


Cosa aspettarsi quando chiedi aiuto: In genere si inizia con uno-due colloqui di valutazione, in cui il professionista fa domande per capire la tua situazione e tu puoi esporre i tuoi problemi e obiettivi. Da lì, insieme si stabilisce un percorso(tipo di terapia, frequenza delle sedute – spesso settimanali – e ipotesi di durata). Ricorda che sei sempre libero di scegliere: deve instaurarsi un rapporto di fiducia, quindi se dopo qualche seduta non ti senti a tuo agio con quello psicologo, puoi provare a cambiarne uno – non tutti gli approcci vanno bene per tutti, e trovare la persona giusta è importante. Una volta iniziata la terapia, il lavoro è collaborativo: sfaterete insieme pensieri irrazionali, imparerai esercizi o “compiti” tra una seduta e l’altra per affrontare gradualmente le situazioni difficili. Può volerci un po’ di tempo per vedere risultati, ma molte persone riferiscono miglioramenti già dopo poche settimane perché si sentono sollevate dall’aver intrapreso un cammino di cura di sé.


Importante: tutto ciò che racconti allo psicologo resta confidenziale, tutelato dal segreto professionale. Inoltre, lo psicologo non è lì per giudicarti o “darti consigli spiccioli”, ma per aiutarti a comprendere meglio te stesso e trovare le tue soluzioni. Non c’è nulla di cui vergognarsi nel fare terapia: come oggi è sempre più normale dire “vado in palestra con il personal trainer per tenermi in forma”, dovrebbe essere altrettanto normale dire “vado dallo psicologo per prendermi cura della mia salute mentale”. Fortunatamente la stigmatizzazione sta diminuendo: personaggi noti e influencer condividono la loro esperienza in terapia, il che aiuta a normalizzare il ricorso allo psicologo come parte della vita.

 
 
 

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